martedì 19 luglio 2011

JOHN MELLENCAMP LIVE @ LA CAVEA AUDITORIUM ROMA - 10 LUGLIO 2011

Da queste parti il rock americano, quello più classico alla Springsteen, Tom Petty oppure John “Cougar” Mellencamp, per intenderci, “passa” poco, forse nulla.
Molti dei (giovani) lettori non sanno nemmeno dell’esistenza (almeno di alcuni di ) loro.
Ma la loro musica, le loro parole mi hanno accompagnato lungo buona parte della mia vita e, alcuni loro album, molti dei loro brani, li serberò per sempre nel cuore.
Sono artisti che non hanno avuto impatto solo sulla musica rock americana ma anche sulla vita dell’America e non solo.
Il loro impegno in NO NUKES, FARM AID è stato essenziale per la riuscita delle iniziative, l’appoggio dato ad OBAMA nella campagna elettorale di 3 anni fa ha avuto un peso molto importante.
Springsteen è di casa in Italia, Tom Petty lo si è visto,anche se raramente (fenomenale la tourneè con Bob Dylan di alcuni lustri fa) mentre era da 30 anni che si aspettava di vedere all’opera dalle nostre parti il “piccolo bastardo” (Little Bastard è lo pseudonimo usato da John Mellencamp) ed alla fine il 10 luglio il desiderio è diventato realtà alla Cavea Auditorium di Roma.
Una realtà che è stata come un pugno nello stomaco, una (mezza) delusione legata soprattutto, anzi essenzialmente, alla mancanza di emozioni.
Dal punto di vista strettamente musicale, si è trattato di un ottimo concerto con momenti elettrici ed altri acustici, con alternanza dei muscoli rock e delle carezze folk, durante il quale John ci ha proposto alcuni dei suoi classici, quelli che il fan della prima ora attendeva, alcuni nelle versioni originali altri in versione acustica oppure riarrangiati completamente.
Allora spazio, in apertura, ad una potente AUTHORITY SONG


e poi, senza un ordine ben preciso, CHECK IT OUT, ancora elettrica con in evidenza il violino di Miriam Strurm e la fisarmonica di Troye Kinnett,


una versione “a cappella” di CHERRY BOMB (solo il primo verso a dir la verità), JACKIE BROWN,


che insieme a SAVE SOME TIME TO DREAM,


sono stati i momenti (acustici) migliori e più suggestivi di tutto il set, con il violino di Miriam a non far sentire sole chitarra e voce (asfaltata dalle tante sigarette) di John, SMALLTOWN, ancora acustica ed una rabbiosa RAIN ON THE SCARECROW, altra vetta del concerto, in questo caso elettrica, full band.
Ci sarebbe ancora da dire di CRUMBLING DOWN, PINK HOUSE oppure del folk di cui profumava NO ONE CARES FOR ME ed ancora della conclusiva R.O.C.K. IN THE USA.
Una setlist da leccarsi i baffi, insomma, integrata con altri brani tratti dal recente passato.
Tutto bene, si direbbe.
Ed invece no, purtroppo.
Le note negative vengono dalla brevità dell’esibizione, 1 ora e 15 minuti appena, (praticamente 1 euro a minuto, manco Vodafone…), dalla “freddezza” di John che non ha detto una parola, non ha introdotto un brano che sia uno, non ha rivolto un pensiero al “suo” pubblico italiano che lo ha atteso per così tanto tempo.
Un concerto, insomma, dai forti accenti rock and folk ma senza “soul”, senza Anima...
Ecco ciò che è mancato: la partecipazione, il coinvolgimento, il calore che noi eravamo pronti a profondere ma che John ci ha fatto tenere soffocati per tutto il tempo, scintille che John non ha saputo (far) sprigionare…
A tutto ciò aggiungete l’insofferenza con cui il pubblico, spazientito, si è ritrovato ad assistere al concerto; insofferenza dettata dalla visione pre-concerto di un documentario, una specie di making of, sulla realizzazione del suo ultimo CD, dove si son potuti vedere momenti mistici (il battesimo secondo il rito battista suo e della moglie), immagini delle città toccate dal tour ed estratti dai concerti recenti.
Tutto, ovviamente, in inglese, senza alcun sottotitolo (molti passaggi sono risultati ostici anche a chi un po’ di inglese lo mastica…) e della stessa durata del concerto!
L’attenzione che John ha rivolto all’Italia è andata scemando visto che il giorno prima a Vigevano aveva suonato qualche brano in più mentre il giorno dopo ha addirittura annullato, senza rispetto alcuno per i fans (che, oltre al danno – no concert – hanno subito anche la beffa del mancato rimborso dei diritti di prevendita!) il concerto di Udine, a causa della scarsa prevendita, almeno da quel che è dato sapere.
E, forse, c’è da pensare che possa essere andata proprio così, dato che LA CAVEA a Roma, uno spazio (bellissimo!) per 2500 persone, era piena solo per 1/3.
Voglio spezzare una lancia a favore di John: forse la colpa è stata anche un po’ nostra.
Forse, “viziati” dalle emozioni infinite profuse da un concerto del Boss (a cui lo accostiamo, per tanti versi, giustamente) abbiamo finito per aspettarci qualcosa che non ci sarebbe potuto essere. Forse il confronto tra quanto abbiamo visto de visu e quanto potuto vedere solo nei DVD dei passati concerti americani ci ha lasciato l’amaro in bocca.
Forse…
Ognuno degli 800 presenti avrà una sua opinione... però, a parte la brevità del set, professionalmente non c’è nulla da eccepire all’artista, ma cosa dire dell’uomo (ex) Coguaro?

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